giovedì 2 febbraio 2017

Riflessioni sul Vangelo di Tommaso. L’esegesi del segreto sulla via Sacra di Melchisedec di Tiziano Busca




3. Gesù disse, "Se i vostri capi vi diranno, 'Vedete, il Regno è nei cieli', allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa.
5. Gesù disse, "Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi, e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato. Perché nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato."
66. Gesù disse, "Mostratemi la pietra scartata dai costruttori; quella è la chiave di volta."

Parlando con Gabriele che voi sapete essere primario Cardiochirurgo e nel mentre gli chiedevo dov'era stato a Bologna mi ha spiegato che ha partecipato ad una sessione di lavori dal vivo per misurare la quantità di sangue che è necessaria a preservare un organo come il fegato per fare il trapianto da vivente che come sappiano è un organo altamente vascolarizzato, e quindi tagliarne un pezzo non è semplice da un punto di vista chirurgico, è possibile, lo fanno, l’intervento è molto complesso, complessità nella quale non voglio addentrami in questo momento; ma, quello che a noi ora interessa è il problema fondamentale cioè quanto sangue serve perché quell'organo continui a vivere?
La nostra natura è in grado di calcolare ciò che serve all'organo per essere ancora un organo sano e questa espressione mi ha colpito perché ho detto ma il fegato non ha cervello non è un organo che ha un intelligenza per cui anche una persona stupida può avere un organo che si auto regolamenta e vive, e la risposta è stata si il problema non è l'intelligenza della persona è la perfezione della natura. Da questo racconto, che mi ha colpito molto, vorrei iniziare una mia riflessione:

Quando noi parliamo di un processo alchemico noi abbiamo la consapevolezza che avviene la trasformazione attraverso un processo che è l'unione di elementi che si manifestano sotto altre forme e che diversamente dall'origine assumono momenti di trasformazione e di sublimazione. Ma l'elemento originale resta è tale, l'uomo in se raccoglie tutta quella capacità e quella energia che si manifesta in tutto ciò che noi vediamo attraverso i nostri occhi ma sappiano essere anche in noi ed è vero quello che dice Fabio non si può cercare la risposta nel segreto perché il segreto in se non è una entità che deve portarci ad interrogare; il segreto va letto nella semplicità dei gesti attraverso i quali leggi la tua vera natura.

Che cosa facciamo noi qui?
Noi abbiamo un segreto per caso da comunicare?

No! noi facciamo la lettura semplice di ciò che è stato descritto e che è manifesto ma che su un percorso gnostico lo leggiamo in maniera razionale su un percorso dogmatico lo leggiamo attraverso un Mistero. Che cos'è il mistero della Fede? Quando da un punto di vista rituale si compiono gesti che appartengono ad un percorso anche di natura religiosa e di natura legata ad un credo che è quello Cattolico, che cosa facciamo? Seguiamo un rituale, entriamo in chiesa, ci sediamo, facciamo il segno della croce, partecipiamo con preghiere e con canti a quella che è la comunione che viene guidata a quello che è il rito che viene guidato da un sacerdote e noi partecipiamo con un'empatia forte a quello che è una dimensione sacra per noi e dove si chiude l'elemento più importante di questo nostro partecipare? Quando ad un certo punto si manifesta l'eucarestia dove il corpo ed il sangue di Cristo si trasformano nel Pane e nel Vino. Perché c'è questo gesto? E chi lo ha manifestato? Dove nasce? 



Bassorilievo della controfacciata della Cattedrale di Notre-Dame di Reims in cui è raffigurato l’incontro tra Melchisedec ed Abramo



Nasce su una via Sacra; nasce attraverso questa natura nell'uomo che non nasce e non muore ma che è raccontata: Abramo era il Sacerdote dell'Onnipotente,  Melchisedec era il Sacerdote dei Sacerdoti e Re della città di Gerusalemme, non si hanno le origini di Melchisedec si hanno le origini della genia di Abramo. Ma quando ad Abramo venne catturato il figlio Lot decise di scendere in battaglia contro la tribù che gli aveva preso il figlio e lo libera. Melchisedec che era il Re di Gerusalemme lo incontra, gli va incontro e insieme celebrano il momento con il Pane e il Vino. Melchisedec Sacerdote dei Sacerdoti Abramo Sacerdote degli uomini,  l'Uomo e il Dio che si trovano a manifestare in una unica realtà l'elemento pregnante di quello che è la comunione che noi da uomini tendiamo verso l'alto che avviene in questo processo di trasformazione. La stessa cosa avviene in una via gnostica dove noi ci rendiamo conto che il compimento del nostro lavoro è un compimento che appartiene alla nostra dimensione di uomini ma Sacri. Perchè in quel percorso noi sviluppiamo la sacralità, come in questo momento che, con attenzione, cerchiamo di proiettarci in una dimensione non solo iniziatica ma alchemica di penetrazione di quello che è l'elemento della comunione e dell'unità di quello che noi viviamo. E qui adesso voglio chiudere questo mio intervento riferendomi alle parole dei Vangelo:

“Quando il potente disegno dell'evoluzione giunse a compimento ed il piano fu completato, la Creazione giunse al termine. Gli esseri viventi, i guardiani della legge e le schiere ardenti svanirono nel fuoco divino. I sette spiriti di Dio ed i suoi eserciti angelici si fusero nella luce delle luci e l'Uomo perfezionato e glorificato ritorna nella casa del Padre, nella beatitudine trascendentale, per regnare in eterno con lui. L'intera creazione si è compiuta e santificata ed è ritornata nel silenzio del tutto uno.”

In una via gnostica che cosa facciamo noi? Seguiamo un rituale. Compiamo dei gesti, abbiamo un libro sacro, abbiamo una squadra che è l'uomo ed abbiamo un compasso che è la creazione; quando questi tre elementi si trovano nella dimensione di apertura e di comunione noi abbiamo compiuto il lavoro ed abbiamo raggiunto quella comunione, quella eucarestia tra il corpo dell'uomo e l'elemento del superiore che ci porta ad essere Il tutto in uno.

Abbiamo compiuto il lavoro, abbiamo trovato il nostro segreto, è un segreto che noi abbiamo percorso e a quel punto l'elemento della morte non è un elemento di trasformazione di fisicità è una elevazione della nostra natura.



Tiziano Busca presentazione del libro Rito di York – storia e metastoria a Parma La Massoneria torna alle origini nei 300 anni dalla sua fondazione si torna a parlare nelle taverne



Prima di tutto vi vorrei ringraziare dell’opportunità che stasera mi state offrendo, nell’avermi invitato qui oggi a parlare di questo libro che, ad un certo punto della mia vita, profana ed iniziatica, ho sentito l’esigenza di scrivere. Questo libro è nato come in genere nascono le cose quando una persona decide di interrogarsi sulle questioni semplici; credo fermamente che, per cercare di capire, non possiamo fare altro che porci delle domande: ma perché la Massoneria viene detta azzurra? Perché il massone lavora sulla pietra? Perché le colonne del tempio si chiamano Jachin e Boaz? Perché il tempio è fatto in questo modo? Perché dentro la massoneria c’è il segreto? Ma che cos’è il segreto della Massoneria?

Noi purtroppo abbiamo perso questa parte di notizie perché siamo convinti, da uomini della terra, che tutto quello che noi facciamo deve per forza avere una data, la nostra data è il 1717;  pensando poi che tutto quello che è accaduto in quel giorno sia la grande novità che prima non c’era. In verità noi veniamo da molto più lontano e quello che noi riportiamo nei nostri rituali come percorso di tradizione di natura iniziatica, partendo delle scuole che vanno dall'antico Egitto, al mondo babilonese, al mondo ebraico, al mondo della Mesopotamia, all'iconografia e alle rappresentazioni del mondo dell'antica Grecia, lo immaginiamo come se fossero elementi che vengono portati a supporto di una storia, di una sorta di favola che racconta la vita di questo uomo che percorre la sua via e che nelle allegorie ritrova il significato del suo essere e nel percorso delle allegorie trova anche la chiave per giustificare la sua natura.

In verità la Massoneria inizia ad esistere nello stesso momento in cui l'uomo si presenta su questo mondo; e il mondo datato non è il mondo vissuto, per la semplice ragione che nel momento in cui noi ci diamo una datazione neghiamo ciò che ci precede e siccome una datazione presuppone un inizio ed una fine neghiamo anche ciò che ci seguirà. E quindi il percorso della nostra presenza all'interno di questo contesto dell'Universo sembra essere l'elemento fondante di quello che è la nostra rappresentazione evolutiva e quindi questo tendere ad una dimensione di superiore è un qualcosa che ci appartiene non per natura ma per tradizione e per suggerimento.

La nostra storia però non è questa, noi raccogliamo il senso di un viaggio e questo viaggio parte da tanti elementi; uno per esempio ha una datazione certa quella dell'anno mille di Athelstan che struttura le gilde, e le gilde hanno una stessa identità pari a quelle che avevano le tribù che in un territori diversi diventano Clan e il territorio diverso in cui le gilde si strutturano si chiama York e si chiama Euburacum, un territorio dove viveva la popolazione celtica nel periodo delle grandi migrazioni, perché non è un fenomeno attuale la migrazione degli uomini le migrazioni hanno accompagnato la vita nel nostro pianeta delle genie che noi conosciamo e forse non tutte rispetto ad altre che se ne sono andate in precedenza.
Questa popolazione arriva in Spagna e più precisamente nel sud della Spagna e incontra un mondo culturalmente più ricco più strutturato più votato a quello che era una conoscenza sacra e sapienziale, ed era una conoscenza sacra e sapienziale tutta femminile delle Sacerdotesse del Culto di Demetra, e di tutto ciò che apparteneva a quel percorso in cui l'uomo veniva elevato e l'uomo veniva vestito che era il mondo degli uomini del Pelagio.
E che cosa raccolgono da questo incontro?
Raccolgono il senso del Sacro, la Massoneria è un percorso gnostico sacro, sacro perché nel nostro operare, nel nostro agire, noi seguiamo un metodo, una regola che è quella del rituale dov'è nascosto il segreto dell'uomo iniziato al pari di quello che è il segreto di coloro che non sono iniziati come noi ma partecipano ritualmente ad altri eventi di natura religiosa.
Quando noi andiamo in chiesa svolgiamo una ritualità e se voi pensate ci sono delle azioni che sono conseguenti:  uno entra, si fa il segno della croce, si siede, prega, ascolta uno che officia un rito ed a un certo punto si realizza in quel contesto rituale una manifestazione dove il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di un credo religioso.
Nella religione questo elemento è dogmatico ed è un mistero della fede però tu partecipi a quel segreto.
In una via iniziatica, che non è dogmatica, tu partecipi lo stesso a costruire quel segreto che si manifesta nei nostri lavori quando si entra nel tempio, quando deambuliamo, quando il nostro maestro venerabile legge il rituale noi ci comportiamo di conseguenza nelle varie fasi del rito fino ad un certo punto in cui si apre il libro sacro si mette la squadra e si mette il compasso: Quello è il nostro segreto. Un segreto che è  pari dell'altro in cui troviamo: la creazione il libro sacro e la regola, al posto della squadra, del compasso e del libro sacro.
La squadra è l'uomo e il compasso è la manifestazione dell'uomo superiore, della nostra energia del nostro elemento generatore ed è per questo che i massoni lavorano sulla pietra perché noi tendiamo a ritornare all'elemento che ci ha generato, al Padre infatti la pietra in ebraico si chiama Eber che significa Padre e significa Figlio; Pietra Padre e Figlio. In una via iniziatica noi lavoriamo su un piano spirituale e levighiamo la pietra per portarla nel piano della costruzione alla perfezione per tornare al nostro punto di origine alla nostra creazione.
Certamente si può fare una via diversa, una via non iniziatica una via profana si vive lo stesso e si sta bene uguale; però nel mondo profano, ci ricordano le antiche scritture, che la costruzione per salire verso l'alto che è una tendenza naturale dell'uomo avveniva con mattoni di paglia e terra essiccati al sole e come tutte le cose materiali, perché la via profana è una via materiale, hanno un tempo ed una durata breve o forse un po’ più lunga, ma sicuramente non è la trasformazione della nostra natura tanto è vero che la manifestazione di chi voleva salire in alto attraverso la via materiale era la Torre di Babele che ad un certo punto si interrompe, ma non è che si interrompe perché i mattoni crollano, ma perché viene a mancare l'elemento dell'iniziato che è la parola.
L'iniziato non scrive le tavole,  la tavola da disegno è una forma con cui si sostanzia il ruolo della Maestria perché solo il Maestro poteva tracciare la tavola e solo il Maestro poteva, nelle gilde, definire il percorso di sapienza e di conoscenza a coloro che entravano in quella comunione;  ed è per questo che le gilde sono l'esperienza più viva e più forte di quella che è l'espressione iniziatica, non solo perché riportano ad un percorso di comunione, non solo perché ti riportano ad un percorso di identità e di legame come le tribù ma perché generano al loro interno il simbolo l'appartenenza, il marchio, il simbolo che tu appartieni a quella gilda.
Ma dove veniva disegnato questo simbolo di appartenenza? Veniva disegnato in uno scudo, all’interno di  uno stemma che aveva un fondo azzurro. Questo è il reale motivo per cui  Massoneria si chiama azzurra;  perché la natura di questo percorso è una natura sacra di trasformazione come pure tutto ciò che accade all'interno del tempio è la manifestazione di un percorso proprio in cui le regole della terra e del cielo si  sostanziano nel momento in cui la maestria si manifesta;  e le due colonne Jachin e Boaz, che erano gli assistenti, il Principe e il Sacerdote di Re Salomone, che lo aiutavano a costruire il rito come oggi il Maestro Venerabile ha il primo ed il secondo sorvegliante, entravano in una dimensione sacra perché chiudevano uno spazio esterno verso una dimensione interna che ci è propria e naturale, che è il nostro spirito, la nostra anima, la nostra energia e che ci trasformava in uomini dell'universo producendo quella alchimia naturale che era rappresentata da un percorso in cui la materialità si modificava verso una spiritualità di conoscenze e di saperi dove il rito era accompagnato all'invocazione e siccome noi lavoriamo molto sull'antico testamento nell'antico testamento ci sono i salmi che come tutte le invocazioni vanno lette per quello che è la rappresentazione di una elevazione in un mondo superiore. Il salmo è la Spagiria che è l'alchimia naturale che viene raccolta in un tempo ed in un momento e anche secondo modalità che ci appartengono per portarci ad una ulteriore evoluzione, per diventare coloro che spiegano il senso della presenza su questa terra.
Qual'è la differenza tra un ricco e un povero nel momento della nascita e nel momento della morte? Nessuna! Siamo uguali, la differenza è nel modo in cui decidiamo di attraversare questo tempo e nel modo in cui ci poniamo quando attraversiamo il velo; perché se raccogli il tuo percorso di elevazione tu sai che diventi l'energia pura e ritorni ad essere quell'elemento unico che ti appartiene in quanto sei elemento stesso della natura che ti viene data.
E’ un po’ una storia che noi viviamo magari quando siamo chiamati a spiegare qualcosa di difficile che è raccontare come si diventa massoni, condizione che nel quotidiano può però essere rappresentato in una maniera più semplice cioè nella complessità di come noi siamo. Vi racconto per sommi capi un episodio che mi ha colpito molto: L'altra sera ero, c'era anche Valentina, a Milano con un fratello che è il cattedratico della cardiochirurgia di Chieti che si è trovato a Bologna e gli chiedevo per quale ragione, lui mi spiegava perché, pur essendo lui cardiochirurgo, ha partecipato ad una giornata di lavori per il trapianto da vivente del fegato e mi raccontava che questa tecnica è possibile, che è stata sviluppata dai giapponesi ci sono modi diversi per farla ma in realtà si prende una parte dell'organo per poter essere reimpiantato nella persona del ricevente.  Il fegato è un organo solido e tra l'altro molto ricco di sangue e di vasi sanguigni per cui l’intervento è molto complesso, complessità nella quale non voglio addentrami in questo momento; ma, quello che a noi ora interessa è il problema fondamentale cioè quanto sangue serve perché quell'organo continui a vivere?
La nostra natura è in grado di calcolare ciò che serve all'organo per essere ancora un organo sano e questa espressione mi ha colpito perché ho detto ma il fegato non ha cervello non è un organo che ha un intelligenza per cui anche una persona stupida può avere un organo che si auto regolamenta e vive, e la risposta è stata si il problema non è l'intelligenza della persona è la perfezione della natura.
Tanto perfetta è la natura che quando la natura genera l'imperfezione tale imperfezione viene generata  per essere ancora più perfetta in un percorso di rigenerazione.
A mio avviso il percorso iniziatico per un massone è questo.
Noi dobbiamo rappresentare la perfezione perché nel momento in cui generiamo l'imperfezione, un fenomeno abbastanza presente in questi tempi attuali, significa che siamo in una fase evolutiva sicuramente per diventare maggiormente perfetti rispetto a quello che noi conosciamo ed è questo il percorso dell'iniziato; quel percorso che ti consente, nel momento in cui arrivi ad un punto e ti si aprono altre vie;  non completi mai il tuo percorso perché il percorso lo si completa solo nel momento in cui tu parti avendo delle certezze e le certezze sono rappresentate da quegli elementi naturali di predisposizione ad una forma di eggregore comune che è rappresentata dalla unione tra i fratelli.

Tale unione, all'interno della comunione e nei nostri lavori è l'elemento che noi viviamo che è quello dell'energia e quello della circolarità. Ricordate quando io prima vi parlavo del segreto?
Ma voi pensate che questo segreto ce lo siamo inventati? Ritenete che la cosa non ha una ragione naturale lungo questa via o appartiene soltanto ad un fenomeno religioso? No! Tutto parte da un punto;  e come il punto all'interno del cerchio che rappresenta l'equidistanza rispetto a tutto il mondo la comunione e quant'altro noi abbiamo un soggetto che si chiama Melchisedec che è il Sacerdote dei Sacerdoti, e chi incontra questo Re della città di Gerusalemme? Incontra Abramo che ha liberato Lot il figlio che era stato catturato da una tribù nemica. Abramo era il Sacerdote dell'Onnipotente quindi era l'uomo Sacerdote terreno; Melchisedec era il Sacerdote dei Sacerdoti, colui che era “non nato” e “mai morto” ma, nonostante questo,  in omaggio ad Abramo gli va incontro e gli porta  il pane e il vino, ovvero l'eucarestia nella credenza religiosa, mentre per noi è  Il segreto nel nostro rapporto è quello di essere consapevoli che l'uomo può ritornare alla sua origine e quindi alla sua natura divina se noi cogliamo questo ritorniamo ad avere la massoneria delle osterie perchè quella massoneria era quella su cui noi siamo nati, poi è arrivata un'altra Massoneria che è quella della ragione molto più lontana da quello che è il sentire dell'uomo, una Massoneria in cui si chiedeva di essere atei per poter vivere la via iniziatica, e vi sembra un po strano o no che laddove nasce quella massoneria che poi viene importata in Italia ne nascono tante altre di pari valore e di pari forza ma sopratutto, nasce l'occultismo e sopratutto tutto l'occultismo nasce dentro un percorso di natura femminile perchè sono le figure più permeabili e fragili nella ricerca di quell'aldilà che veniva negato, perchè nasce sotto questo profilo: la necessità di trovarci in una dimensione di superiore che veniva disconosciuto da quella che era la ragione.
Sappiate che quella Massoneria aveva come elementi costitutivi il sole, la luna e la ragione rappresentata da Atena;  la Massoneria della tradizione scozzese ha il libro sacro, la squadra ed il compasso, questi due elementi che, in una fase successiva poi tornano ad essere elemento comune, ma non più di tanto, perchè ancora oggi questa forma nel rito francese è disgiunta, ha segnato anche la nostra comunione ed è la ragione per cui anche storicamente il mondo inglese e francese erano disgiunti; per motivi economici politici ma io non voglia stare adesso a raccontare tutta questa storia però il percorso vero qual'è? E' quello del tempio, e se noi viaggiamo dentro quel tempio noi raccogliamo la nostra natura che è quella delle tre camere che è quella della conoscenza della generazione del percorso iniziatico.

Io non sono uno scrittore ma ho scritto queste poche pagine per due ragioni: la prima è che volevo fare chiarezza sul fatto che il Rito di York e il Rito Scozzese Antico ed Accettato sono due cose così radicalmente diverse da non poter essere messe a confronto come in genere errando si fa.

La seconda:  è che credo fermamente che non ci può essere comunione senza un legame, un sentimento, che non è quel sentimento che nasce spontaneo quando tra simili ci si riconosce e ci si accoglie, ma è un valore più alto, che non è un valore profano è un valore sacro, ed è il valore sacro che distingue la solidarietà dalla filantropia, il volontariato dal massone, i boyscout dagli iniziati. Noi non facciamo volontariato, noi non siamo un service, noi facciamo filantropia che appartiene a quel percorso di Agape che chiude il nostro processo iniziatico.
C'è un metodo per essere massoni, c'è un modo per capire la Maestria, e se noi non recuperiamo i valori di questa tradizione è in dubbio che la Massoneria vada avanti perchè raccoglie in se tante modalità di sopravvivenza ma quella che è la natura propria dell'iniziato si perde perchè non c'è il desiderio di raccogliere la saggezza.
Il Rito di York era il rito dei Maestri Venerabili. Che cosa costruisce un Maestro nei confronti di un'altro Maestro? Perché la domanda qui, e lo avete capito, è come si manifesta la Maestria? Di certo non si manifesta attraverso un grembiuli ma si manifesta tramite un porsi, e il porsi del Maestro non è quello di andare a costruire i progetti ma è quello di testimoniare la tradizione.
Questo è il senso di un viaggio che io ho cercato di raccogliere in queste pagine, un viaggio che non è tanto lungo anche se quest'anno compio 30 anni di massoneria. 


mercoledì 1 febbraio 2017

Una riflessione di Paolo Donnina

Beato l'uomo che medita sulla sapienza e ragiona con l'intelligenza, considera nel cuore le sue vie, ne penetra con la mente i segreti.
La insegue come uno che segue una pista, si apposta sui suoi sentieri. Egli spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. Fa sosta vicino alla sua casa e fissa un chiodo nelle sue pareti; alza la propria tenda presso di essa e si ripara in un rifugio di benessere; mette i propri figli sotto la sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; da essa sarà protetto contro il caldo, egli abiterà all'ombra della sua gloria.
Così agirà chi teme il Signore; Chi è fedele alla legge otterrà anche la sapienza. Essa gli andrà incontro come una madre, l'accoglierà come una vergine sposa; lo nutrirà con il pane dell'intelligenza, lo disseterà con l'acqua della sapienza.
Egli si appoggerà su di lei non vacillerà, si affiderà a lei e non resterà confuso. Essa l'innalzerà sopra i suoi compagni e gli farà aprir bocca in mezzo all'assemblea; egli troverà contentezza e una corona di gioia e otterrà fama perenne.
Gli insensati non conseguiranno mai la sapienza, i peccatori non la contempleranno mai. Essa sta lontana dalla superbia, i bugiardi non pensano a essa.
La sua lode non s'addice alla bocca del peccatore, perché non gli è stata concessa dal Signore. La lode infatti va celebrata con sapienza; è il Signore che la dirigerà.
( Siracide 14,20-15,10)

lunedì 30 gennaio 2017

I miti dei Popoli del Mare, raccontati dal dottor Massimo Agostini di Stefano Mascioni

Sulle tracce di popoli antichissimi, il Dottor Massimo Agostini ha scritto un saggio godibile, denso di riferimenti storici e documenti precisi, che apre tesi interessanti. S’intitola “Et in arcadia ego – I miti dei Popoli del Mare“, riprendendo l’iscrizione del Guercino riportata in varie opere d’arte del seicento, tra cui il famoso quadro “I pastori di Arcadia” di Nicolas Poussin, conservato nell’enigmatica chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma. Lo abbiamo incontrato al Circolo Cittadino di Fano, luogo perfetto per parlare di miti e misteri, ascoltando dalla sua viva voce la genesi di un testo da non perdere. 
Nel video l'intervista al Vice Presidente Massimo Agostini : 


Cliccando sul link si accede alla pagina da cui è tratto l'articolo:


Letture del Clan grazie a Giusy - Il Rifugio

Mack è un uomo alla deriva, sconvolto dalla perdita di una figlia. Un giorno trova tra la posta un biglietto misterioso: qualcuno che si firma Pa, nomignolo con cui la moglie di Mack si rivolge a Dio, lo invita a recarsi "al rifugio", il luogo in cui la piccola Missy ha trovato la morte, uccisa da un maniaco. Mack è chiamato a fare i conti con un passato che non lo abbandona e con quella sofferenza che ha silenziosamente scavato un solco tra lui e Dio. Con il ritmo di un thriller e la magia di una favola, "Il rifugio" commuove e insegna che il dolore è spesso una strada per arrivare a se stessi.

letture del Clan suggerite da Paolo Callari - La lettera, strada di vita. Il simbolismo delle lettere Ebraiche di Annick de Souzenelle

Fra i princìpi che regolano la lingua ebraica il valore simbolico, attribuito dalla tradizione alle lettere dell'alfabeto, è una delle chiavi essenziali per una penetrazione spirituale delle Scritture. Ogni lettera possiede la propria energia significante, e la sua presenza in un nome, in un testo sacro non è mai arbitraria. In questo libro dunque Annick de Souzenelle ci introduce nel mondo affascinante di ciascuna delle lettere ebraiche alla luce della sua intelligenza e della sua fede cristiana, facendoci scoprire nella Bibbia, e in noi stessi, ricchezze che neppure sospettavamo. Sotto il nostro sguardo la lettera diventa "strada di vita", via di fertile ricerca per un'evoluzione interiore verso la maturità.

Letture del Clan Suggerite da Paolo Callari - Brainstorms di Daniell Dennet


Daniel Dennett è uno degli esponenti più brillanti della filosofia della mente contemporanea, e "Brainstorms" (fatti salvi i meriti del precedente "Content and Consciousness", 1969) è la sua opera più nota e discussa. Riassumere il contenuto, o dare un identikit adeguato del suo autore risulta tutt'altro che facile. Dennett è in effetti un filosofo multiforme e inquieto, sollecitato da obiettivi diversi e non agevolmente conciliabili. Molte delle battaglie condotte nei saggi che compongono il libro sono assai valide e importanti. In pagine particolarmente apprezzate dagli specialisti egli critica a fondo Skinner, mostrando non solo l'intima debolezza del neocomportamentismo, ma addirittura il cripto-mentalismo che lo pervade. Nell'ambito del cosiddetto 'mind-body problem' (il problema del rapporto tra mente e corpo) Dennett respinge poi radicalmente le teorie che vorrebbero identificare i fenomeni mentali con stati o eventi neurocerebrali: troppi, in effetti, i paradossi e gli enigmi che ne derivano. Contro comportamentisti e identitisti l'autore di "Brainstorms" propone con forza quella che si potrebbe chiamare la riabilitazione del mentale. Non già, si badi, che il suo proposito sia di ripristinare una qualsiasi forma di dualismo mente-corpo. Bisogna tuttavia prendere atto che l'universo delle credenze, delle intenzioni, delle consapevolezze è qualcosa da cui certe indagini non possono prescindere.
Che fare, allora? La proposta di Dennett potrebbe essere espressa così. Si tratta di rilanciare il mondo interno-mentale: e, insieme, di interpretarlo in termini non ontologici ma funzionali (non che cosa un ente mentale è, ma come le varie funzioni mentali operano), i quali rientrino tutti in un ambito strettamente empirico-cognitivo, governato da alcune regole razionali generali (connessioni causa-effetto, sequenzialità relativamente costanti ecc.). Anzi, l'approccio che valorizza l'esistenza di tale mondo può avere un rapporto collaborativo, o almeno di "coesistenza" (p. i27), con gli approcci delle discipline 'hard' (la neurofisiologia, la teoria dell'informazione, la scienza dei calcolatori).
In questa prospettiva Dennett reinterpreta l'universo mentale interno in termini intenzionali. Tale universo è qualcosa che si coglie e si spiega attribuendogli credenze, desideri, fini. Data la loro complessità queste funzioni per un verso non possono (almeno per ora) essere efficacemente ricondotte ad altro; per un altro verso, però, sono "ricche di significato" e "funzionano": nel senso che possiamo parlarne come se esistessero e agissero in quanto tali, consentendoci conoscenze e previsioni attendibili. Si prenda ad esempio una credenza. Dennett non nega che in linea di principio essa sia concepibile come il prodotto di una determinata attività neuronale. Ma tale interpretazione appare estremamente difficile e impraticabile sul piano pratico. Bisogna allora permettere e accettare - senza complessi - un "atteggiamento" che ci dica piuttosto il 'know how' che il 'know that' della credenza stessa, rappresentandocela in termini di ragioni, bisogni e scopi. Tale atteggiamento è chiamato appunto "intenzionale".
In realtà Dennet non rifugge dallo speculare sul modo in cui potremmo concepire concettualmente l'organizzazione del mentale. Impiegando un'immagine cui di solito è associato il nome di Marvin Minsky (cfr. "La società della mente", 1986), egli considera il mentale una "società" di funzioni-prestazioni particolari. Presa in sé e per sé, ogni singola funzione è "stupida" e inconscia. Inserita invece in un sistema complessivo, essa concorre a produrre qualcosa (il sistema stesso) che non è più "stupido" e inconscio, giacché compie atti che non sono più tali. Il primo merito di questa concezione consiste, per Dennett, nel risolvere quello ch'egli chiama "il problema di Hume": negare un ente "Mente" responsabile dei pensieri e delle credenze, senza per questo postulare funzioni mentali - dei veri e propri 'homunculi' come scrive Dennett - misteriosamente capaci di svolger esse ciò che non si vuole, giustamente, attribuire alla "Mente". Il secondo merito della concezione di cui sopra è, sempre secondo Dennett, di "gettare un ponte" tra l'universo degli atti mentali-intenzionali e il campo dei processi 'latu sensu' fisici che concorrono a costituire quegli stessi atti.
L'enfasi dennettiana sulla dimensione intenzionale del mentale è certamente importante, ma non può essere caricata di significati che assolutamente non ha. Dennett non solo è lontanissimo da qualsiasi riferimento alla fenomenologia husserliana, ma il suo proposito non è di valorizzare la specificità dell'intenzionale in quanto dimensione peculiare del mentale o dell'umano. Si potrebbe anzi dire che per lui non è tanto l'intenzionale a qualificare il mentale e l'umano quanto sono questi ultimi a rientrare in un dominio più vasto: quello, appunto, dei fenomeni intenzionali (o guardati intenzionalmente). Un sistema intenzionale, si legge nel capitolo cruciale di "Brainstorms", può essere indifferentemente un uomo, un alieno o una macchina (p. 46). Il solo requisito è che il loro comportamento possa essere previsto attribuendo ad essi credenze e desideri (p. 43). La tesi, come ben si intende, è assai impegnativa e "costosa". Essa potrebbe in qualche misura essere sostenibile da parte di chi, dinanzi a determinate classi di enti, cerca solo uniformità o analogie. Diventa invece una tesi insufficiente per chi, oltre alle analogie, intenda cogliere pure le (eventuali) differenze. Anche ammesso che una macchina possa essere concepita come un sistema intenzionale, resterebbe da domandarsi quali sono (se ci sono) i caratteri che fanno delle intenzioni mentali intenzioni non identiche a quelle delle macchine.
In verità, nonostante varie premesse e promesse, Dennett appare assai poco interessato ad approfondire tali caratteri. Appare anzi impegnato in una direzione per più versi opposta. In primo luogo, in una prospettiva dichiaratamente "antropomorfizzante" (p. 46), non esita ad attribuire tratti intenzional-mentalistici non solo agli animali ma anche, appunto, alle macchine: "Basta fare un 'piccolo passo avanti' [il corsivo è nostro] per chiamare le informazioni in possesso del calcolatore le sue credenze, i suoi scopi finali e intermedi i suoi desideri... Gli scopi di un calcolatore devono essere descritti intenzionalmente proprio come i desideri" (p. 43). In secondo luogo, in modo quasi simmetrico al precedente, le componenti di quel costrutto che usiamo chiamare l'universo mentale vengono spesso presentate in modo singolarmente 'machine like'. Qualche volta emerge anche la tendenza (tipica di un ben preciso riduzionismo nell'ambito delle scienze umane) a far coincidere la comprensione di determinate funzioni con la loro decomposizione/dissoluzione in "altro": "Se vogliamo un'analisi adeguata della creatività, dell'invenzione, dell'intelligenza, questa dev'essere analizzata e quindi scomposta in parti tali che in nessuna di esse vi sia intelligenza" (p. 162). Tale orientamento "dissolutore" investe anche la stessa coscienza e l'Io. Il timore che si voglia fare di essi degli enti metafisici porta Dennett ad assumere a loro riguardo una posizione non meno discutibile. La coscienza, fin particolare, viene concepita come una sorta di "scatola nera" del meccanismo-uomo; e in un importante colloquio con Jonathan Miller (cfr. J.M.,"States of Mind", 1983) viene definita un mero agente di pubbliche relazioni. Non è da escludere che in taluni contesti queste audaci metafore siano valide. Ma è altrettanto certo che in altri contesti (ad esempio quelli etici) occorrono ben altri modelli, non legati al dominio della teoria dell'informazione e dell'intelligenza artificiale privilegiato da Dennett.
Alla luce di tutto ciò, non sorprenderà che "Brainstorms" delinei un'immagine del sapere psicologico per più versi unilaterale. Il compito della psicologia, scrive Dennett, è di spiegare determinati fenomeni "in termini che alla fine dovranno in qualche modo saldare la teoria psicologica alla fisiologia" (p. 192). Certo "oggi non siamo ancora in grado di descrivere in termini meccanicistici" il sistema delle credenze ecc. (p. 124). Di qui la necessità dell'approccio intenzionale, le cui spiegazioni vengono nettamente distinte dalle "vere e proprie spiegazioni scientifiche" (p. 127). D'altra parte il progresso delle indagini ci farà approdare un giorno a una completa "analisi meccanica o fisiologica" del sistema di cui sopra.
Malgrado ogni cautela e ogni distinguo, l'"egemonia delle spiegazioni meccanicistiche rispetto a quelle intenzionali" (p. 372) è esplicitamente sottolineata. Anche la scelta di campo fisicalistica nell'ambito della filosofia della mente è netta: "io desidero mantenere il fisicalismo" (p. 73). Il prezzo pagato da Dennett per queste scelte teoriche (che sono le principali, anche se non le sole, compiute in "Brainstorms") è però assai alto. Si è già detto dell'interpretazione "debole" degli atti intenzionali. La loro riconduzione a mere organizzazioni di informazioni suggerita in vari luoghi del testo non è convincente. Nelle credenze e nei desideri di quei sistemi intenzionali che chiamiamo uomini noi tendiamo a cogliere qualcosa di più e di diverso che non mere elaborazioni informazionali: qualcosa che ha a che fare con una teoria del significato ben più complessa di quanto non appaia a Dennet e, ancor più, con una teoria della coscienza e del soggetto. Circa quest'ultimo punto, malgrado innegabili spunti e aperture, tale teoria non è mai persuasivamente delineata. Del resto lo stesso Dennett ha scritto di recente ("The Intentional Stance", 1987) di aver sì una concezione della coscienza ma ancora 'in progress'. Non ci resta, allora, che aspettare.
È anche per questa carenza che l'analisi dennettiana della vita mentale assume spesso un aspetto, per così dire, "fattualistico". Anche quando sono concepiti secondo l'atteggiamento intenzionale, credenze, desideri ecc. appaiono soprattutto operazioni, fatti tendenzialmente oggettivi, governati da regole standard. E se non fosse (soltanto) così? Se credenze e desideri fossero (anche) esperienze? Esperienze rinvianti anzitutto a investimenti simbolici, a sovradeterminazioni semantiche, a quadri di riferimento biografico-contestuali - il tutto miscelato secondo modi e forme soggettivi propri del "titolare" di quelle credenze e desideri?
Tra "la" credenza e la 'mia' credenza c'è una sorta di spazio teorico che occorre riempire. Gli accenni di Dennett alla dimensione della "privatezza" e del "personale" sono talvolta suggestivi ma insufficienti. Le recenti indagini sulla nozione di "punto di vista soggettivo" e sul rapporto soggetto-contesto (un rapporto "interessato", valutante, per il quale occorre impiegare strumenti interpretativi più sottili di quelli neocognitivistici cari a Dennett) mettono in più sensi in crisi gli approcci all'universo mentale prevalenti, anche se non in esclusiva, in "Brainstorms".
Queste osservazioni non intendono in alcun modo diminuire il rilievo complessivo di "Brainstorms". L'opera è ricca di osservazioni e di ipotesi estremamente stimolanti che ragioni di spazio (e anche, talvolta, di tecnicità concettuale) impediscono di lumeggiare in questa sede. Sotto questo profilo il titolo stesso dell'opera appare singolarmente felice. Privo di un adeguato correlato in italiano, 'brainstorm' significa qualcosa come "temporale mentale", sommovimento/innovazione intellettuale prodotto da audaci cortocircuiti tra idee. E indubbiamente dal 'brainstorming' scatenato da Dennett nel cielo delle nostre certezze filosofico-psicologiche si esce forse un po' provati, ma anche molto arricchiti.